“L’ideologia Colorblind [daltonica] è una forma di razzismo” (Monnica T Williams Ph.D., 2011 )

“Colorblind Ideology Is a Form of Racism” [cliccare sul titolo per accedere all’articolo in lingua originale / click on the link for the article in the original language] 

L’ideologia “Colorblind” [daltonica] è una forma di razzismo

Un approcio “colorblind” ci permette di negare le differenze culturali che ci mettono a disagio

Cecità significa non essere in grado di vedere.

Che cosa è “colorblindness” razziale [daltonismo razziale]?

Discutere di questioni razziali mette spesso a disagio e le discussioni sono piene di stress e polemiche. Molte idee sono state avanzate per affrontare questo punto dolente nella psiche americana. Attualmente, l’approccio più pervasivo è conosciuto come il daltonismo. Il daltonismo è l’ideologia razziale che propone che il modo migliore per porre fine alla discriminazione è di trattare gli individui più equamente possibile, senza distinzione di razza, cultura o etnia.

Al suo valore nominale, il daltonismo sembra una buona cosa – prendendo davvero sul serio MLK sulla sua chiamata a giudicare le persone in merito al loro carattere, piuttosto che il colore della loro pelle. Esso si concentra su punti in comune tra le persone, come la loro comune umanità.

Tuttavia, solo il daltonismo non è sufficiente per guarire le ferite razziali a livello nazionale o personale. E’ solo una mezza misura che, alla fine, funziona come una forma di razzismo.

Problemi con il metodo daltonico

Razzismo? Parole forti, sì, ma guardiamo la questione dritto nel suo occhio parzialmente cieco. In una società daltonica, i bianchi, cui e` improbabile che conoscano svantaggi dovuti alla razza, possono efficacemente ignorare il razzismo nella vita americana, giustificare l’ordine sociale attuale, e si sentono più a loro agio con la loro posizione relativamente privilegiata nella società (Fryberg, 2010). La maggior parte delle minoranze, tuttavia, che incontra regolarmente difficoltà dovute alla razza, vive le ideologie daltoniche in modo diverso. Il daltonismo crea una società che nega loro esperienze negative razziali, rifiuta il loro patrimonio culturale, e invalida le loro prospettive uniche.

Semplifichiamo i termini (e concetti): color – blind = “Le persone di colore – non vediamo (almeno non la parte ‘colorata’ cattiva).” Da persona di colore, mi piace chi sono, e non voglio che nessuna parte di questo venga resa non-visibile [unseen] o invisibile [invisible]. La necessità del daltonismo implica che ci sia qualcosa di vergognoso nel modo in cui Dio mi ha fatta e la cultura dentro la quale sono nata di cui non dobbiamo parlare. Così, il daltonismo ha contribuito a rendere la razza un argomento tabù che le persone educate non possono discutere apertamente. E se non si può parlarne, non si può capirla, tanto meno risolvere i problemi razziali che affliggono la nostra società.

Il daltonismo non è la risposta

Se non si vede, non si può risolvere il problema.
Molti americani vedono il daltonismo come qualcosa di utile per la gente di colore, affermando che la razza non importa (Tarca, 2005). Ma in America, la maggior parte delle minoranze sottorappresentate spieghera’ che la razza importa, poiché riguarda le opportunità, le percezioni, il reddito, e molto altro ancora. Quando sorgono problemi legati alla razza, il daltonismo tende a individualizzare conflitti e lacune, invece di esaminare il quadro più generale, con le differenze culturali, gli stereotipi, e i valori inseriti in un contesto specifico. Invece di derivare da una posizione illuminata (anche se ben intenzionata), il daltonismo deriva da una mancanza di consapevolezza del privilegio razziale conferito dalla “bianchezza” [Whiteness] (Tarca, 2005). I bianchi possono aderirsi senza senso di colpa al daltonismo perché di solito non sono consapevoli di come la razza colpisca le persone di colore e la società americana nel suo complesso.

Colorblindness in un rapporto psicoterapeutico

Come potrebbe causare danni un approcio daltonico? Ecco un esempio che ho vissuto sulla pelle per quelli di voi che sono psicologicamente portati. In un passato non così lontano, in psicoterapia, le osservazioni etniche e razziali di un cliente sono state viste come un modo difensivo per allontanarsi da questioni importanti, e il terapeuta tendeva a interpretare questo come resistenza (Comas-Diaz & Jacobsen, 1991). Tuttavia, un tale approccio impedisce l’esplorazione di conflitti legati alla razza, l’etnia, e la cultura. Il terapeuta non vede l’intero quadro, e il cliente rimane frustrato.

Un approccio daltonico fa effettivamente la stessa cosa. Essere ciechi significa non essere in grado di vedere le cose. Io non voglio essere cieca. Voglio vedere le cose con chiarezza, anche se mi mettono a disagio. Da terapeuta ho bisogno di essere in grado di sentire e “vedere” tutto quello che il mio cliente sta comunicando a molti livelli diversi. Non posso permettermi di essere cieca verso qualsiasi cosa. Vorresti vedere un chirurgo che ha operato con gli occhi bendati? Ovviamente no. Allo stesso modo, un terapeuta non deve essere cieco soprattutto verso qualcosa di così critica come la cultura di una persona o la sua identità razziale. Incoraggiando l’esplorazione di concetti razziali e culturali, il terapeuta può fornire una più autentica opportunità per comprendere e risolvere i problemi del cliente (Comas-Diaz & Jacobsen, 1991).

Tuttavia, ho incontrato molti terapeuti colleghi che si affidano ad una filosofia daltonica. Ignorano la razza o fingono che gli effetti personali, sociali, e storici non esistono. Questo approccio ignora l’esperienza incredibilmente saliente di essere stigmatizzati dalla società e rappresenta un fallimento empatico da parte del terapeuta. Il daltonismo non promuove l’uguaglianza e il rispetto; si limita ad alleviare il terapeuta del suo obbligo di affrontare importanti differenze e difficoltà razziali.

Il multiculturalismo è meglio della cecità

La ricerca ha dimostrato che ascoltare messaggi daltonici prevede esiti negativi tra i bianchi, come maggiore pregiudizi razziali e percezioni negative; allo stesso modo i messaggi daltonici causano stress nelle minoranze etniche, con conseguente diminuzione della performance cognitiva (Holoien et al., 2011). Dato quanto sia in gioco, non possiamo più permetterci di essere ciechi. E’ tempo di cambiamento e di crescita. E’ ora di vedere.

L’alternativa al daltonismo è il multiculturalismo, un’ideologia che riconosce, mette in evidenza, e celebra le differenze etno-razziali. Riconosce che ogni tradizione ha qualcosa di prezioso da offrire. Non ha paura di vedere come gli altri hanno sofferto a causa di conflitto razziale o differenze.

Quindi, come possiamo diventare multiculturale? I seguenti suggerimenti offrirebbero un buon punto partenza (McCabe, 2011):
1. Riconoscere e valorizzare le differenze,
2. L’insegnamento e l’apprendimento delle differenze, e
3. Promuovere amicizie personali e alleanze organizzative

Passare dal daltonismo al multiculturalismo è un processo di cambiamento, e il cambiamento non è mai facile, ma non possiamo permetterci di rimanere uguali.

References

Comas-Diaz, L., and Jacobsen, F. M. (1991). Clinical Ethnocultural Transference and Countertransference in the Therapeutic Dyad. American Journal of Orthopsychiatry, 61(3), 392-402.

Fryberg, S. M. (2010). When the World Is Colorblind, American Indians Are Invisible: A Diversity Science Approach. Psychological Inquiry, 21(2), 115-119.

Holoien, D. S., and Shelton, J. N. (October 2011). You deplete me: The cognitive costs of colorblindness on ethnic minorities. Journal of Experimental Social Psychology, 10.1016/j.jesp.2011.09.010.

McCabe, J. (2011). Doing Multiculturalism: An Interactionist Analysis of the Practices of a Multicultural Sorority. Journal of Contemporary Ethnography, 40 (5), 521-549.

Tarca, K. (2005). Colorblind in Control: The Risks of Resisting Difference Amid Demographic Change. Educational Studies, 38(2), 99-120.

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Sulle adozioni internazionali in Italia: Per slegare la razza dall’etnicità / Transracial Adoptions in Italy: Un-Tying Race from Ethnicity

Cliccare sul link “Poster PDF” per vedere una sintesi della mia ricerca sulla questione della razza nelle adozioni internazionali in Italia / Click on the link “Poster PDF” to see a summary of my research on the question of race in transracial adoptions in Italy [SCROLL DOWN TO THE SECOND SLIDE TO SEE THE ENGLISH VERSION].

POSTER PDF

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GUEST POST: KorEani, korIani, maratone e…chissà by Nam Soon Kim D’Amato [in Italian only]

NSKA

10 novembre 2014 h 23.09…

Potrebbe essere l’inizio di una pagina di un qualsiasi diario privato; una pagina ancora bianca da riempire con le proprie esperienze, sensazioni, sogni, piuttosto che con il semplice resoconto della giornata….o più semplicemente il bisogno, il mio, di fissare con qualcosa di concreto un cambiamento in atto.

E’ un periodo denso di …..TUTTO!!!!!!!

Ho 42 anni e mai come in questo 2014 che volge al termine mi sono sentita viva, felice, confusa, molto felice, triste, disperata, euforica, onnipotente, e si, anche profondamente in crisi: ho sempre saputo di essere un’estremista, nei comportamenti come nei sentimenti, soprattutto in questi ultimi; basta sempre poco per mandarmi in estasi come per farmi sprofondare in stati ansiogeni tali da influenzare chiunque sia nelle mie immediate vicinanze.

Innanzi tutto una premessa doverosa: tra maggio e giugno sono tornata nella mia Korea per la quarta volta, la seconda a poco meno di un anno di distanza da quel famoso Gathering internazionale organizzato da IKAA a cui avevo partecipato insieme a mio figlio Alberto. Stavolta sono partita da sola: quasi tre settimane di full immersion nella cultura koreana, grazie ad un programma molto ben strutturato da Inkas, una delle maggiori organizzazioni del settore che si occupa principalmente di far tornare nella propria “madre patria” quei bambini, ormai adulti, dati in adozione molti anni or sono, per farli “riappropriare” in un certo senso del loro background culturale. A morsi, ovviamente: visite ai principali musei, alle università più prestigiose, ai tipici luoghi di culto, corsi di korean cooking, cerimonia del te, vestizione dell’hanbok, il costume tradizionale koreano, che tutto nasconde e tutte bellissime rende… Quattro viaggi, ogni volta è meglio e peggio allo stesso tempo. Perché è un viaggio dell’anima. Perché ogni volta quando torno a casa –Italia? Korea? Quale sento più casa? –soffro come un cane per almeno due mesi e metto a rischio famiglia, lavoro, amicizie…Sono partita serena, convinta di farmi una bella vacanza, tranquilla nel “lasciare la prole in ottime mani”; “Saranno proprio delle belle ferie…non devo pensare a nulla se non a divertirmi, è tutto organizzato, e poi ormai mi conosco, memore delle precedenti esperienze…ho tutti gli “strumenti necessari per risolvere eventuali crisi…” …Questo il mio pensiero sul volo diretto Korean Air da Zurigo a Incheon\Seoul.

Ebbene….E’ stata una vacanza meravigliosa, forse la più bella della mia vita, perchè ho finalmente, completamente interiorizzato il fatto che non devo massacrarmi il cervello a cercare di capire se mi sento più italiana, più koreana, in che percentuale l’una, in che percentuale l’altra…. Si sa, a parole siamo tutti dei grandi proclamatori, e io sono stata in assoluto la più grande e saccente di tutti: “Si, sono entrambe, italiana e koreana,ed orgogliosa di esserlo, a seconda del contesto, perché è sempre il contesto che fa la differenza”… Verissimo…Peccato però che poi la realtà sia ben diversa. I primi giorni in Korea sono sempre difficili: il primo impatto già sull’aereo, tanti visi asiatici come il mio, nei quali si riflette l’espressione esterefatta di chi si aspetta che gli si risponda in koreano e che invece gli,propina una lingua a lui\lei completamente sconosciuta…tipo dialetto trentino, da un viso e una bocca che DOVREBBE emettere suoni koreani, perché è un viso con tratti somatici tipicamente koreani, ma che di koreano non sa nemmeno 4 parole (tre le ho imparate a forza di sentirle e con l’aiuto di google translator: grazie, buongiorno, destra, sinistra…sono 4 evviva!) . Ma una volta superato l’imbarazzo iniziale e la spiacevole sensazione di “sentirmi diversa” nell’unico posto in cui non avrei dovuto, mi sono come spogliata da ogni condizionamento diventando voracemente affamata nel vivere appieno questa nuova, entusiasmante esperienza: entusiasmante perché è stato fondamentale e “molto consolatorio” per me confrontarmi con altri koreani adottivi provenienti da ogni angolo del pianeta, non solo italiani, e rendermi conto che non ero l’unica mosca bianca a provare certi disagi o soffrire per certi buchi affettivi. Sapere che tutti noi, provenienti da un unico Paese d’origine, ma influenzati inevitabilmente dalle diverse culture dei Pesi diventati d’appartenenza, avessimo come unico denominatore comune il covare più o meno le stesse rabbie, gli stessi rancori nei confronti di qualcosa, più probabilmente qualcuno, aver sopportato gli stessi sberleffi nel corso delle nostre infanzie apparentemente dorate, hanno reso quegli sberleffi meno incisivi (anche se io, personalmente, ho ancora un piccolo tuffo al cuore quando ripenso agli insulti subiti a scuola), e tramutato forse, ribadisco FORSE, la nostra rabbia in un “perché?” urlato a più non posso nell’intimità delle nostre menti e nelle irrazionalità dei nostri cuori. Qualche intenso momento di commozione collettiva c’è stato, senza vergogna, anzi, con una pseudo complicità che ci ha reso consapevoli del fatto che se anche ci si conosceva da poco, era come se avessimo vissuto insieme esperienze comuni, belle, brutte, alcune terribili, ma anche stupende….. Alcune, impossibili da descrivere a parole, indimenticabili: mi viene ancora la pelle d’oca se ripenso al pomeriggio trascorso in uno”Starbucks” in pieno centro a Seoul con Floor, super mamma korean/danese di 4 figli: sarà stata la sua aria molto materna, ma davanti a lei ho versato fiumi e fiumi di lacrime raccontandole la mia storia di figlia adottiva arrivata in Italia all’età di 4 anni suonati e da qualche tempo alla ricerca dei genitori biologici o di un qualsiasi membro della famiglia originaria: quasi tutti , prima o poi, compiono questo passo, non so se sia giusto dire “per chiudere il cerchio”….mi verrebbe da dire per capire (un po’) chi siamo, perché noi siamo, anche, il risultato del nostro passato, oltre che del nostro vissuto. C’è chi arriva a questa decisione prima, chi dopo, chi non ci arriva mai. Io ad esempio nel 2000, quando ho pedalato per più di 1600 km in bicicletta per tutta la Korea del sud, non ero ancora pronta: trovato l’orfanotrofio, l’unico dato in mio possesso era il mio Case Number; detto fatto, il mio fascicolo trovato manualmente in un megaschedario (manualmente, non so perché, ma questa cosa mi fa impazzire, stiamo parlando della Korea, uno dei Paesi più avanzati a livello tecnologico), consegnatomi direttamente dall’allora direttore della Holt Children’s Service. Avevo appena assistito in diretta alla “consegna di una creatura” di pochissimi mesi, forse 3, ad una coppia americana e…..ho avuto paura. Non so di cosa. Forse di buttare ulteriore sofferenza gratuita su uno stato d’animo già scompensato di suo. Il mio fascicolo è rimasto sul tavolo. Sono stata codarda. Ho preferito non sapere. Inutile dire che quella decisione mi ha perseguitata per tutti gli anni a venire…. Fino a quando, diventando madre a mia volta, e “riscattandomi” in un certo senso nei confronti della vita, della mia madre biologica (io figlia abbandonata, sarò invece in grado di crescere i miei figli con tutto l’amore del mondo, MAI preso in considerazione l’idea dell’adozione, nel modo più assoluto), quel sordo rancore pronto a manifestarsi paradossalmente in forme estreme nelle occasioni più disparate, ha subito una lenta metamorfosi fino a trasformarsi in semplice curiosità, almeno all’inizio…Banalmente: mi somiglierà? Tutti mi dicono che Alberto e Stefano sono il mio ritratto sputato: sarà così anche per me e Lei ? Da chi avrò preso sto cavolo di naso che occupa tutto lo spazio delle fototessere sui documenti? E questa struttura massiccia che nemmeno se perdo 10 kg sembrerò mai magra? Cose così, insomma.. Penso che invece la verità sia un’altra: ho sognato spesso questa scena. Una semplice parola, occhi negli occhi: perché? Sapere la risposta, qualunque essa sia, metterebbe finalmente la parola fine ad anni di possibili ed impossibili congetture da parte della mia mente folle pronta ad inventarsi le scusanti più nobili per giustificare questo gesto estremo dell’abbandono: anche se non ho ricordi consci dei miei primi anni di vita, sono convinta di essere stata pesantemente condizionata nel corso della mia esistenza dall’enorme buco affettivo causato dall’abbandono. Tutto l’amore del mondo non sarebbe stato sufficiente per colmare questo vuoto. E molto serenamente, senza voler fare gratuitamente la vittima e senza volere assolutamente piangermi addosso, posso dire di essere stata molto fortunata ad avere incontrato alcune persone che ”hanno giocato un ruolo fondamentale” nel mio processo di rinascita. E siccome nulla capita per caso, ma a volte anche si, in questa trasformazione ha giocato un ruolo fondamentale l’ACCETTAZIONE che mi ha spinta a conoscere i “miei simili” ed entrare a far parte dell’associazione KORIA (da qui koriani), e quella che è diventata una passione vera: la corsa, ed in particolare la distanza della maratona. Amo correre e ogni tanto mettermi alla prova in qualche gara prestigiosa perché ritengo che rappresenti appieno la metafora della vita: la maratona, come la vita, esige rispetto, come la vita richiede sacrificio e dedizione, se ti alleni duramente il pb sa di buono e come recita lo slogan di un famoso brand sportivo,”a volte arrivare 814 esimo ti fa sentire come se fossi arrivato primo” se quell’814 esimo posto è frutto di passione e impegno. Amo la sofferenza fisica che comporta correre per 42 km e 195 metri, perché, una volta superata, come le sfighe della vita, mi fa sentire caratterialmente più forte, pronta ad affrontare qualsiasi cosa o quasi. Qualche settimana fa, in occasione dell’ultima maratona di Venezia a cui ho preso parte, ho avuto la fortuna sfacciata di “conoscere” Alex Zanardi, un grande atleta ma soprattutto un uomo immenso che ha saputo reinventarsi attraverso la disgrazia di cui è stato vittima. Di lui mi ha colpito profondamente l’estrema semplicità ed umiltà proprie dei campioni veri, di sport e vita, oltre al carisma straordinario che emana. Lui afferma spesso che l’incidente pauroso che gli è costato entrambe le gambe, gli ha offerto l’OCCASIONE per diventare quello che è oggi…..Zanardi, con la sua storia, è un bellissimo esempio di riscatto umano: è forse presuntuoso da parte mia identificarmi in un mito come Alex e pensare che il mio abbandono, l’adozione, parlarne su questo blog, semplicemente parlarne, possano costituire la MIA OCCASIONE per essere una Kim migliore, per una vita finalmente piena d’amore (i miei figli), piena di passioni, amicizie vere e……CHISSA’?

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Cosa vuol dire diventare mamma per un’adottiva? / What does it mean for an adoptee to become a mother?

[As always, scroll down past the asterisks to see the English version]

Frequenterò il secondo meeting annuale sull’adozione organizzato dal Gruppo Adottivi Adulti CIAI [per informazioni sull’evento cliccare qui. Se non vi siete ancora iscritti, c’è ancora tempo. Basta compilare il modulo d’iscrizione]. La partecipazione a tale incontro è un’opportunità importante che ho atteso dalla conclusione di quello precedente. Al di fuori delle reti sociali e di altri gruppi on-line, questo è l’evento principale in cui ho la possibilità di stabilire e rafforzare i rapporti con altri adottivi internazionali italiani, partecipare a discussioni significative sul tema dell’adozione, ed essere sempre più coinvolta nella comunità italiana di adozione. Il programma offre 3 diversi “workshops” e quello che ho scelto si concentra sulla scelta del partner e la prospettiva della genitorialità nel contesto del proprio abbandono: “La propria storia adottiva: la condivisione nella coppia e nella genitorialità: Quanto l’ esperienza dell’abbandono influisce nella scelta del partner e nel progetto di genitorialità”. Io non ho intenzione di affrontare qui il tema di come il mio abbandono possa avere influenzato la mia scelta del partner, invece vorrei discutere che cosa significa per me in quanto adottiva diventare madre.

La maternità ha innescato una sorta di dissociazione che mi ha permesso di guardare una me-come-orfana attraverso gli occhi di una me-come- madre e tramite questa fantasiosa depersonalizzazione intergenerazionale è venuta una realizzazione più chiara delle implicazioni di essere adottata. Ovviamente ho sempre saputo che sono stata adottata, che ho trascorso alcuni mesi in un orfanotrofio, e che i miei genitori biologici non erano più i miei genitori, sia perché ero indesiderata o perché loro/lei è morta. Ma mi mancava la maturità intellettuale per affrontare concretamente il significato di questa realtà, di andare oltre il senso immediato delle parole, e di aprirmi alla reazione emotiva che si potrebbe avere in queste circostanze. La verità è che tutte le emozioni pertinenti alla mia situazione sono state archiviate o sepolte; ma certamente non eliminate. Quando sono diventata mamma la mia capacità di empatia e la profondità del mio sentimentalismo emotivo sono aumentate in modo esponenziale. Ogni qualvolta che i miei figli cadevano e predevano notevoli bernoccoli e lividi sulla fronte o ferite sulle ginocchia sentivo dentro di me il loro dolore. E quando sono stati abbastanza fortunati da evitare infortuni peggiori come una ferita ad un occhio quello che, tempo fa, acccadde al mio primogenito quando si ferì a pochi millimetri dal suo occhio, ho pensato ossessivamente a ciò che sarebbe potuto succedere e ogni volta il mio corpo reagiva con angoscia. L’espressione di queste emozioni non si è limitata ai miei figli. Quando sono andata a vedere Slumdog Millionaire – uno dei primi film che ho visto dopo la nascita di mio figlio – sono quasi uscita dal cinema dopo 15 minuti perché la vita tortuosa dei bambini era troppo dolorosa da guardare; spesso smetto di guardare un programma televisivo se ne è protagonista un bambino che soffre o che muore; ma peggio di tutto, qualsiasi reportage sulla morte o sul trauma subito da bambini mi perseguita per giorni e notti. E così quando ho cominciato a riflettere sulla realtà di bambini abbandonati che trascorrono alcuni mesi o la maggior parte della loro infanzia/adolescenza in un orfanotrofio il mio cuore si spezzò. So quello che devono aver provato, non perché mi ricordo com’era – ero troppo giovane – ma perché ho ​​ripetutamente assistito a vari gradi di paura dell’abbandono nelle lacrime inconsolabili dei miei figli quando li accompagnavo in asilo nido o quando uscivo per passare una serata con gli amici. Ma nel caso dei miei figli sapevo che, salvo eventuali imprevisti tragici, mi avrebbero rivista di nuovo. L’orfano invece no. Lui o lei aspetterà invano, perché nessuno – NESSUNO – tornerà a riprenderseli. Adottarli, forse, ma recuperarli, no. L’io-come-madre ha sentito dentro di sé la tragedia dell’abbandono, ma con la maturità emotiva che mancava da tanto tempo.

Ma non vedevo soltanto una me-come-orfana attraverso gli occhi di una me-come-madre, ma anche una me-come-madre attraverso gli occhi di una me-come-orfana. Mi sono vista sforzarmi per bilanciare la mia vita professionale con quella di madre. Mi sono vista diventare sempre più stanca, ansiosa ma soprattutto frustrata. Frustrata perché non riuscivo a realizzare tutto quello che avevo bisogno di realizzare; frustrata perché ho sempre così poco tempo da dedicare a me stessa e alle cose che non hanno niente a che vedere con i miei figli; frustrata perché la casa è sempre in disordine; frustrata perché il mio udito sta peggiorando per causa delle urla laceranti che emettono quotidianamente i bambini; frustrata per aver lavorato a preparare una buona cena per poi vederla rifiutata da entrambi i figli; frustrata perché mi sono fatta male alla mia schiena più volte portando i figli in braccio; frustrata perché, invece di prepararsi al mattino, i miei figli scappano via, nudi, senza un boccone di colazione nelle loro pance brontolanti. Ma per quanto frustrata fossi, sapevo che avevo la fortuna di avere la capacità intellettuale, i mezzi finanziari, una stabilità emotiva relativa o almeno sufficiente, e una rete di sostegno per superare ogni ostacolo (un superamento aiutato dal fatto che la mia frustrazione era facilmente allentato dai loro affascinanti sorrisi e le loro dichiarazioni frequenti che mi volevano “così tanto tanto tanto” bene, “più dell’universo” per l’appunto). Sapevo anche che ci sono tanti genitori che sono molto meno fortunati di me non avendo nessun tipo di privilegio da cui trarre beneficio, privilegi che spesso do per scontato. Mi era chiaro che se trovavo la genitorialità impegnativo, pur avendo tutti i privilegi della classe media, non potevo pretendere di immaginare quanto potesse essere difficile diventare genitore per chi fosse terribilmente svantaggiato da ostacoli insormontabili. L’orfano in me guardò la mamma frustrata e pensò a tutte quelle madri che semplicemente non potevano. E per questo l’ho perdonata soprattutto perché in quanto mamma ho la possibilità di riscrivere il mio passato con il futuro dei miei figli, che mi porta alla mia terza realizzazione.

La terza realizzazione che ho fatto quando sono diventata madre è quella relativa alla genealogia dell’adottato. Dal momento che molti di noi, me compresa, non abbiamo informazioni sui nostri genitori biologici e le loro famiglie, il nostro lignaggio, in un certo senso, inizia con noi. Tutto quello che viene prima è sconosciuto, un enorme punto interrogativo senza risposta. Eppure, con la nascita dei nostri figli, il nostro lignaggio non è solo esteso, i bambini stessi, come portatori dei geni dei nostri antenati, diventano una superficie riflettente sulla quale è specchiata la nostra storia genealogica. In altre parole, l’invisibilità e l’intangibilità del nostro passato sono rese visibili e tangibili dalla nostra futura progenie. Naturalmente, quando guardo i miei figli, non posso identificare alcuna caratteristica percepibile che possa essere assegnata a un padre biologico o a una prozia biologica. Ma l’insieme genetico dei miei figli è determinato, almeno in una certa misura, dalla composizione genetica dei miei avi e quindi da qualche parte all’interno della doppia elica del DNA si trova una storia ancora da raccontare. L’immagine che allegorizza il rapporto tra madre e figlio nel contesto di ascendenza e discendenza che mi viene in mente è quella dell’adottato situato tra due specchi. Lo specchio dietro di lei riflette il passato, ma perché lo specchio è dietro la sua schiena non può vedere l’immagine, rimane a lei sconosciuta. Inserendo un secondo specchio di fronte a lei, l’adottato vede l’immagine di se stessa (in senso figurato quell’immagine è quella del suo futuro come i nostri bambini sono spesso percepiti come riproduzioni di noi stessi), ma vede anche il riflesso della parte posteriore del suo corpo specchiato nello specchio posizionato dietro di lei (metaforicamente parlando, il suo passato), reso visibile dallo specchio posto di fronte. In altre parole, per via dei due specchi e la loro funzione riflessiva, all’ignoto (la mia schiena/il mio passato) è dato forma e significato attraverso il conosciuto (la superficie riflettente sulla quale viene proiettata la mia parte “anteriore”/il mio futuro). Perché questi sono specchi, il gioco di riflessi è infinito, dove sia la parte posteriore/passato che la parte “anteriore”/futuro si rispecchiano e si riproducono all’infinito. Pertanto, pur non avendo alcuna conoscenza dell’ascendenza genealogica che ci precede, la nostra futura progenie, in maniera forse fantastica, dà forma alla nostra discendenza genealogica.

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I am attending the second annual meeting on adoption organized by the Gruppo Adottivi Adulti CIAI [for information on the event click here]. Participating in such a meeting is an exciting opportunity, one that I have been looking forward to since the conclusion of the previous one. Outside of social networks and other online groups, this is the primary event during which I have the possibility of establishing and reinforcing relations with other Italian transnational adoptees, engaging in meaningful discussions on the topic of adoption, and becoming more involved in the Italian adoption community. The program offers 3 different discussion groups and the one I chose focuses on romantic relations and the prospect of parenthood in the context of one’s abandonment. “La propria storia adottiva: la condivisione nella coppia e nella genitorialità: Quanto l’esperienza dell’abbandono influisce nella scelta del partner e nel progetto di genitorialità?” I am not going to address here the topic of how, if at all, my abandonment has influenced my choice of partner, however, I will discuss what it means for me as an adoptee to become a mother.

Motherhood triggered a kind of dissociation that allowed me look at myself-as-orphan through the eyes of myself-as-mother and through this imaginative intergenerational depersonalization came a clearer realization of the implications of being adopted. Obviously I have known all along that I was adopted, that I spent a few months in an orphanage, and that my biological parents were no longer my parents either because I was unwanted or because they/she died. But I lacked the intellectual maturity to truly confront the meaning of this reality, to go beyond the immediate significance of the words, and to open myself up to the emotional response one might have under those circumstances. The truth of the matter is that all the emotions pertinent to my situation were shelved or buried; although definitely not eliminated. When I became a mother my ability to empathize and the depth of my emotional sentimentality increased exponentially. Whenever my children had accidents that led to substantial bumps and bruises on their foreheads or gashes on their knees I felt deep within me the pain they were experiencing. And when they were lucky enough to narrowly avoid a worse fate like an injury to an eye such as the time my eldest fell and cut himself a few millimeters from his eye, I thought obsessively about what could have happened and each time my body reacted with angst. The expression of these emotions was not limited to my children. When I went to see Slumdog Millionaire – one of the first movies I saw after my first son was born – I nearly walked out of the theater after 15 minutes because the torturous life of the little children was too painful to watch; I often stop watching a TV show if it portrays a child suffering or dying; but worst of all, any news report on the death or traumatizing of children haunts me for days and nights. And so when I began to reflect on the reality of abandoned children spending a few months or most of their childhood/adolescence in an orphanage my heart broke. I know what they must have felt, not because I remember what it was like – I was far too young – but because I repeatedly witnessed varying degrees of fear of abandonment in my kids’ inconsolable tears when I would drop them off at daycare or when I left for an evening out with friends. But in the case of my children I knew that, barring any unforeseen tragedies, they would see me again. And again. And again. The orphan on the other hand will not. He or she will wait in vain because nobody – NOBODY – will come back to reclaim them. Adopt them, perhaps, but reclaim them, no. I-as-mother therefore felt deep inside the tragedy of abandonment, but with the kind of emotional maturity I lacked for so long.

But I didn’t just see myself-as-orphan through the eyes of myself-as-mother. I also saw myself-as-mother through the eyes of myself-as-orphan. I saw myself struggling to balance my professional life with my life as a mother. I saw myself grow increasingly tired, anxious but most of all frustrated. Frustrated because I couldn’t accomplish everything I needed to accomplish; frustrated because I always have such limited time to devote to myself or things unrelated to my children; frustrated because our house is in a constant state of disarray; frustrated because my hearing is being challenged by piercing screams on a daily basis; frustrated because of the time spend in order to make a tasty dinner only to have it rejected by both kids; frustrated because I hurt my back multiple times carrying our kids; frustrated because the kids, instead of getting ready in the morning, would run away from me, naked, without a spoonful of breakfast in their grumbling tummies. But even in all my frustration I knew that I was lucky enough to have the intellectual capacity, the financial means, a relative or at least sufficient emotional stability, and a network of support to overcome any parenting obstacle (it helped that my frustration was easily defused by their charming smiles and their frequent declarations that they love me “so so so much” “more than the universe” in fact). I also knew that there are many parents who do not benefit from any of the kinds of privileges I often take for granted. So I realized that if I found parenting challenging while being surrounded by my middle class privilege, then I can’t presume to imagine what it must be like to face parenthood when one is anchored down by insurmountable hardships. The orphan in me looked at the struggling mother and thought about all those other mothers who simply couldn’t. And for that I forgave her especially because as a mother I have the luxury of rewriting my past through the future of my children which brings me to my third realization.

The third realization I made when I became a mother is one relative to an adoptee’s genealogical lineage. Since many of us, myself included, have no information about our biological parents and their families, our lineage, in a sense, begins with us. Everything before us is unknown, a huge unanswered question mark. And yet, with the birth of our children, our lineage is not only extended, the children themselves, as carriers of the genes of our ancestors, become a reflective surface on which is replicated/mirrored our genealogical history. In other words, the invisibility and intangibility of our past ancestry are rendered visible and tangible by our future progeny. Of course when I look at my sons I cannot identify any discernable trait that can be assigned to a biological father or a biological great aunt. But my sons’ genetic make-up is determined, at least to a certain degree, by their genetic composition and therefore somewhere within the double helix of their DNA lays an untold story. The imagery that allegorizes the relationship between mother and children in the context of ancestry and lineage that comes to mind is that of the adoptee standing between two mirrors. The mirror behind her carries the past, but because her back is facing it she cannot see it, it remains unknown to her. By placing a second mirror in front of her, the adoptee sees an image of herself (figuratively speaking that image is that of her future as our children are often perceived as reproductions of ourselves) but also sees the reflection of the back of her body reflected back to her through the mirror placed behind her (figuratively speaking her past) but made visible by the mirror placed in front. In other words, by virtue of the two mirrors and their reflective function the unknown (my back/my past) is given shape and meaning through the known (the reflective surface on which is projected my front/my future). Because these are mirrors, the game of reflections is an infinite one, where both the back/past and the front/future are mirrored and reproduced infinitely. Therefore, while having no knowledge of the genealogical lineage that precedes us, our future progeny in a perhaps fantastic manner, gives shape to our genealogical ancestry.

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Citazione 2 (l’identità dell’autore rimarrà anonima) / Quotation 2 (the identity of the author will remain anonymous)

In realtà non ho mai trovato qualcuno che capisse l’adozione, cioè è un tema talmente, come posso dire, che tocca un po’ tutta la mia vita, tocca un po’ tutti, le tue relazioni. È sempre possibile spiegare un pezzettino piccolo a tutti, no? Però c’è sempre una parte che non riesci a spiegare, cioè non sai come, non puoi spiegare l’abbandono, lo sradicamento dal tuo paese di origine, l’essere cresciuto con tutti che ti guardavano in maniera stranita, con tutti che ti guardavano come per dire “ma quello …”, col fatto di avere l’esperienza di essere l’unico nella scuola, nel tuo paese ad essere adottato. Come si fa a spiegare una roba del genere a una persona che ha sempre vissuto una vita normale, tranquilla. Non ci sono dei termini, delle parole che vanno bene, che possono esprimere proprio tutto. È complicato. Non penso che si riesca nemmeno a spiegare l’adozione ai propri genitori quindi puoi immaginare quanto sia complicato spiegarla a una persona con cui hai un rapporto meno familiare, come a un amico o a un’amica. Quindi sicuramente la mia futura fidanzata, non mi interessa se sia adottata o meno, di colore, o bianca, se mi innamoro di una donna mi innamoro di una donna poi si vedrà. Però farò di tutto, mi sforzerò fino all’inverosimile per cercare di spiegarle l’adozione, in maniera sana e positiva, ovvio, almeno per aver la sicurezza e la tranquillità che lei sappia che io sto bene. L’adozione, sì, ci ha sgambettato, lo dico sempre, siamo sgambettati dalla vita, poi sta a noi decidere se camminare con la testa dritta, gobbi o a camminare sui gomiti.

 

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In reality I never found anybody who understood adoption, in other words it’s a subject so, how can I say, that concerns a bit my entire life, it concerns a bit everybody, your relationships. It’s always possible to explain a little piece to everybody, right? But there is always a part that you cannot explain, that is, you don’t know how, you can’t explain the abandonment, the uprooting from your country of origin, the fact of growing up with everybody who looked at you in bewilderment, with everybody who looked at you as if to say “but that one…”, with the fact of having experienced being the only one in your school, in your town to have been adopted. How can one explain such a thing to a person who has always lived a normal and peaceful life. There aren’t terms, words that work, that can express everything. It’s complicated. I don’t think it’s even possible to explain adoption to one’s parents, therefore you can imagine how complicated it is to explain it to a person with whom you have less of a familiar relationship, like a female or male friend. Therefore, certainly, my future girlfriend, I’m not interested if she is adopted or not, a person of color or white, if I fall in love with a woman, I fall in love with a woman, then we shall see. But I will do everything, I will force myself beyond all limits to try to explain adoption to her, in a healthy and positive way, obviously, at least to have the certainty and the tranquility that she knows that I’m ok. Adoption, it is true, tripped us up, I always say it, we have been tripped up by life, but then it’s up to us to walk with our heads held high, hunched over, or dragging along on our elbows.

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Citazione 1 (l’identità dell’autore rimarrà anonima) / Quotation 1 (the identity of the author will remain anonymous)

Essere adottata ha influenzato in qualche modo il significato della parola famiglia?

No. E la prova è stata in seconda elementare: ho vinto il primo premio in tutta la scuola per il disegno che ho fatto e se ci penso è quasi un po’ blasfemo però c’era questa madonna coreana incinta e la mia spiegazione a questo era stata che il seme del mio papà era arrivato in Corea e che quindi io sarei stata io, no matter what. E quindi, insomma, non lo so, direi che è abbastanza chiaro il messaggio: Io dovevo essere la figlia. Ero, sono stata la pre-scelta, sarei stata io comunque. Questa è stata una grande gioia per mia mamma.

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Did being adopted influence in any way the meaning of the word family?

No. And the proof was in second grade: I won first prize in the entire school for a drawing that I did, and when I think about it, it was nearly a bit blasphemous. There was this pregnant Korean Madonna and my explanation for this was that my father’s seed arrived in Korea, and therefore I would have been me, no matter what. And therefore, I don’t know, I would say that the message was quite clear: I had to be the daughter. I was, I had been the chosen one, it would have me regardless. This made my mother very happy.

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GUEST POST BY JONGPIL MARTINOTTI: “Piccolo resoconto del mio incontro con il gruppo KOR.I.A.” (In Italian only)

Jongpil Martinotti

[KOR.I.A.– Associazione Koreani Italiani Adottivi]

il 16 marzo

… Sono andato all’ incontro con mio papà, gliel’ho chiesto perché pensavo che sarebbe stato carino fare qualcosa insieme … dopo qualche chiacchiere arriviamo alla chiesa evangelica coreana … cerchiamo il salone … con aria un po’ di stranieri e mentre sentivo ed avvertivo pensavo ma guarda un po’ che mi sento straniero qui …!!!!.. interessante … poi capisco come tutte le cose nuove sono sempre un po’ straniere e io ho un po’ la coda di paglia … credevo che questo sentimento si fosse assopito … invece … comprendo che quel mondo coreano si riuniva e si isolava, e chi arrivava lì … portava con sé la propria solitudine ed erano lì per non sentirsi soli e diversi quindi uniti si sentivano protetti … Entriamo, papà subito si defila dicendomi che è una cosa nostra …??????????… intuisco che è rispetto nei nostri confronti … e non timidezza o il non desiderio di influenzare o invadere lo spazio della discussione che avremmo dovuto affrontare … qualche timido saluto … e benvenuto e si inizia con le procedure … organizzative … dopo i risultati … l’argomento di forum … (beh mi ero preparato un discorso una scaletta) … ma capisco che ero lì ad ascoltare e capire me stesso attraverso gli altri … la domanda … principale spontanea: “quali sono state le motivazioni per cui volete tornare in korea” … dopo alcuni scambi tra tutti del gruppo, emerge subito l’amore che questi ragazzi provano per la korea … ne rimango affascinato … molto più vivace … la discussione successiva “se l’adozione internazionale … debba accogliere anche le famiglie che vogliono adottare che non sono etero” … la discussione si è fatta bella e accesa ed emerge, e lo sento in modo molto vivo … che tutti alla fine difendono una libertà d’amore … e non di bandiera e di appartenenza … sociale … (qui credo che sia un punto cruciale) … alcuni dei ragazzi mi hanno spiegato … perché desiderano tornare alle loro origini … al di là della motivazione ma mi interessava non le parole ma i loro sentimenti con i miei … c’era Rabbia, Amore, Curiosità, un ‘Opportunità … di vita … nuova … ma nessuno di loro fuggiva … dal proprio dolore/amore … con coraggio e determinazione affrontano il futuro … Belllisssimo … ma tra 4 chiacchiere la fame morde … quindi ci spostiamo al ristorante … per continuare la condivisione di una bellissima giornata … e magia il tempo si ferma e tutto scorre ogni parola è un conforto per l’altro o una domanda … e spesso una risposta per tutti …!!!!!!!!…

concludo dicendo … CREDO CHE NON CI SIA NIENTE AL MONDO COME LA CONDIVISONE … DELL’AMORE … E IL RISPETTO … E PER GUARIRE LE FERITE O ALIMENTARE LE GIOIE BASTA CONDIVIDERLE … ECCO COSA MI HA INSEGNATO QUESTO INCONTRO … GRAZIE RAGAZZI, GRAZIE PAPÀ!!!!!

Pubblicato con il permesso di Jongpil Martinotti

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